Majjhima Nikāya 27

Cūlahatthipadopama Sutta

L’orma dell’elefante

Questo ho sentito. Una volta il Sublime soggiornava presso Sāvatthī, nella Selva del Vincitore, nel giardino di Anāthapindiko. In quello stesso periodo il brāhmano Jānussoni uscì di pomeriggio dalla città in un carro con la tenda bianca, vide arrivare da lontano il pellegrino Pilotikā e gli chiese: “Caro Vacchāyano (?) da dove vieni?”

“Dall’asceta Gotamo”

“Cosa ne pensi di lui? Ha uno spirito forte ed è veramente saggio?”

“Chi sono io per dirlo? Dovrebbe essere uguale a lui quello che potrebbe riuscire a conoscerne la grande forza di spirito!”

“È una poderosa lode quella che gli fai, Vacchāyano!”

“Chi sono io per poterlo lodare? Solo una persona eccezionale potrebbe lodare l’asceta Gotamo, il più grande degli uomini e degli dei.”

“Quali doti hai percepito in lui per essergli così devoto?”

“È come se un cacciatore di elefanti, perlustrando un luogo da essi frequentato, trovasse un orma di elefante talmente grande da pensare: ‘Che possente elefante dev’essere questo!’. Altrettanto ho concluso io quando ho visto quattro orme dell’asceta Gotamo: ‘Perfettamente Svegliato è il Sublime, ben annunciata da lui è la dottrina, ben guidati i suoi discepoli!’. Quali quattro?

Ho visto parecchi nobili dotti, raffinati ed esperti dialettici, capaci di spaccare un capello in quattro, che col loro acume erano in grado di sviscerare, per così dire, interi sistemi. Essendo giunto alle loro orecchie che l’asceta Gotamo sarebbe passato in un villaggio o in una città, essi avevano elaborato una domanda da porgli. Se egli avesse risposto in un modo, essi l’avrebbero controbattuto in un altro; se avesse risposto in un altro, ugualmente avrebbero replicato di conseguenza. E si recavano là dove l’asceta Gotamo si trovava. Ed egli li confortava, li rincuorava, li animava e rasserenava in un istruttivo colloquio, tanto che essi non gli facevano neppure una domanda, e non solo non lo contraddicevano, ma diventavano addirittura suoi seguaci.

Vedendo questa prima orma ho concluso: ‘Perfettamente Svegliato è il Sublime, ben annunciata da lui è la dottrina, ben guidati i suoi discepoli!’

E inoltre ho visto parecchi brāhmani dotti, raffinati ed esperti dialettici, capaci di spaccare un capello in quattro, che col loro acume erano in grado di sviscerare, per così dire, interi sistemi. Anche essi volevano proporre domande tranello a Gotamo, ma, com’era accaduto ai nobili, anche loro divennero suoi seguaci.

E questa fu la seconda orma che vidi.

E inoltre ancora ho visto parecchi borghesi dotti, raffinati ed esperti dialettici, capaci di spaccare un capello in quattro, che col loro acume erano in grado di sviscerare, per così dire, interi sistemi. E, com’era accaduto ai nobili e poi ai brāhmani, rinunciarono anche loro a fare domande tranello e divennero seguaci dell’asceta Gotamo.

E questa fu la terza orma che vidi.

E ancora una volta ho visto parecchi asceti dotti, raffinati ed esperti dialettici, capaci di spaccare un capello in quattro, che col loro acume erano in grado di sviscerare, per così dire, interi sistemi. E anche loro supplicarono l’asceta Gotamo di accoglierli nell’Ordine. E Gotamo li accolse. Accolti essi vivevano isolati, appartati, con seri intendimenti, solerti, instancabili. Ed in breve tempo essi, ancora in questa vita, avevano a sé fatta palese, realizzata e conquistata la più alta perfezione della santità: quel fine per il quale nobili figli abbandonano la casa per l’eremo. Ed essi dicevano: ‘Noi dovevamo aver perduto quell’intelletto, che ora abbiamo ritrovato! Noi che pensavamo di essere degli asceti, eravamo tutt’altro; noi credevamo d’essere santi e non lo eravamo; noi che pensavamo di essere vincitori, eravamo tutto meno che vincitori: ora siamo asceti, siamo santi, siamo vincitori.

Quando io ebbi visto questa quarta orma dell’asceta Gotamo, allora ho concluso: ‘Perfettamente Svegliato è il Sublime, ben annunciata da lui è la dottrina, ben guidati i suoi discepoli!”

A queste parole il brāhmano Jānussoni discese dal carro con la tenda bianca, denudò una spalla, s’inchinò riverentemente nella direzione in cui il Sublime dimorava, e per tre volte fece risuonare questo saluto:

“Venerazione al Sublime al santo svegliato Signore!

“Oh, se avessi io pure una volta l’occasione di incontrarmi con il signore Gotamo e potessi avere con lui un colloquio!” Ed egli si recò là dove il Sublime dimorava, salutò con cortesia, scambiò con lui amichevoli e importanti parole, e si sedette accanto raccontandogli del suo incontro col pellegrino Pilotikā e del colloquio avuto. E il Sublime disse: “Il paragone con l’orma dell’elefante è rimasto incompleto, ma ora te lo completerò; fai attenzione al mio dire. Se un cacciatore d’elefanti perlustra un luogo che essi frequentano e trova la possente ed enorme impronta di un elefante, esperto com’è egli non conclude subito: ‘Che possente elefante dev’essere questo!’. Perché no? Perché nella selva vi sono femmine d’elefanti, dette nane, con grossi piedi, e quella potrebbe essere una loro orma. Egli segue quell’orma e trova nella selva un’altra possente orma di elefante molto larga di una zampa che ha calpestato e schiacciato delle canne. Ma, se è esperto, neppure adesso conclude di trovarsi in vicinanza di un possente elefante. Perché sa che nella selva vi sono femmine di elefanti dette ‘schiacciatrici di canneti’, con grosse zampe, e potrebbe essere una loro orma. Segue quell’orma e trova un’altra grossa orma con canne schiacciate e, sopra quelle, canne intaccate dalle zanne. Ma ancora una volta egli non conclude che quella è l’orma d’un possente elefante. Potrebbe essere l’impronta di una delle elefantesse dette ‘dilaniatrici di canneti’, dalle grosse zampe. Il cacciatore continua a seguire le tracce e trova una grossa orma con canne schiacciate, con canne intaccate dalle zanne e con rami spezzati sopra. Ed egli scorge l’elefante, al piede d’un albero o in una radura, mentre va, o sta, o si riposa o giace. Allora egli può concludere: ‘Questo è il possente elefante!’ Allo stesso modo, brāhmano, ecco che appare il Compiuto nel mondo, il Santo, il perfetto Svegliato, Esperto di sapienza e di vita, il Benvenuto, il Conoscitore del mondo, l’incomparabile Guida dell’umano gregge, il Maestro degli dèi e cattivi e buoni spiriti, le sue schiere di asceti e brāhmani, dèi e uomini, dopo che egli stesso lo ha compreso e penetrato. Egli annuncia la dottrina il cui principio beatifica, il cui mezzo beatifica, la cui fine beatifica; la dottrina fedele di senso e di parola; egli espone l’ascesi perfettamente purificata, perfettamente rischiarata. Questa dottrina viene sentita da un padre di famiglia, o dal suo figlio, o da uno rinato altrove. Sentita la dottrina, egli concepisce fiducia nel Compiuto. Pieno di questa fiducia egli pensa e riflette così: ‘Un carcere è la casa, un letamaio; libero cielo è il pellegrinare. Non si può, restando in casa, adempiere punto per punto l’ascetismo completamente purificato. E se io, ora, rasi capelli e barba, vestito dell’abito fulvo, andassi via da casa all’eremo?’ Dopo qualche tempo egli abbandona una piccola o una grande proprietà, abbandona una piccola o una grande cerchia di parenti, si rade capelli e barba, indossa gli abiti fulvi e allontanatosi da casa va verso l’eremo. Ora egli è divenuto un pellegrino e s’è assunto gli obblighi dell’ordine dei monaci. Ha smesso d’uccidere, si tiene lontano dall’uccidere. Senza mazza, senza spada, sensibile, pieno di simpatia, egli nutre per tutti gli esseri viventi amore e compassione. Ha smesso di prendere ciò che non gli è dato, se ne guarda bene. Aspetta ciò che gli è dato, senza intenzione furtiva, con cuore divenuto puro. Ha smesso la lussuria, vive casto, fedele alla rinuncia, estraneo alla volgare legge dell’accoppiarsi. Ha smesso il mentire, si tiene lontano dalla menzogna. Dice la verità, è devoto alla verità, retto, degno di fede, non è un ipocrita adulatore del mondo. Ha smesso la maldicenza, se ne guarda bene. Ciò che ha sentito qui egli non lo racconta là, per disunire quelli; e ciò che ha sentito là non lo racconta qui, per disunire questi. Così egli unisce i disuniti, rafforza gli uniti; la concordia lo allieta, lo rallegra, lo fa felice; egli dice parole che promuovono concordia. Ha smesso le parole aspre, se ne tiene lontano. Parole che sono senza offesa, benefiche all’orecchio, amorose, che vanno al cuore, urbane, che molti rallegrano, molti sollevano: tali sono le parole che dice. Ha smesso le chiacchiere, se ne guarda bene. Parla a tempo debito, conforme ai fatti, attento al senso, fedele alla dottrina e all’Ordine: il suo discorso è ricco di contenuto, all’occasione ornato di paragoni, chiaro e determinato, adeguato al suo oggetto. Si astiene dal cogliere frutti e piante. Una volta al giorno egli prende cibo; di notte resta digiuno; non gli avviene di mangiare fuori tempo. Si astiene da balli, canti, giochi, rappresentazioni. Rifiuta corone, profumi, unguenti, ornamenti, acconciature, addobbi. Evita gli alti, ampi e comodi giacigli. Non accetta oro e argento. Non accetta cereali crudi. Non accetta carne cruda. Non prende donne e fanciulle. Non prende servi e serve. Non prende capre e pecore. Non prende polli e porci; elefanti, buoi e cavalli. Non accetta terreni. Non assume messaggi, invii, incarichi. Si astiene da compravendita. Si tiene lontano da falso peso e misura. Si tiene lontano dalle oblique vie della seduzione, simulazione, bassezza. Si tiene lontano da zuffe, baruffe, risse; da furti, prede e violenze. È contento dell’abito che lo copre, del cibo mendicato che sostenta la sua vita. Dovunque vada, egli va munito solo dell’abito e della ciotola con cui elemosina (il cibo). Come un uccello, dovunque esso voli, lo fa solo col peso delle sue penne, così appunto un monaco è contento dell’abito e del cibo mendicato. Nell’osservare questi santi precetti di virtù egli prova un’intima, immacolata gioia.

Se scorge con la vista una forma, non concepisce alcun interesse. Siccome brama ed avversione, dannosi e nocivi pensieri, ben presto sopraffanno colui che permane con vista non vigilata, egli si dedica a questa vigilanza, egli controlla la vista, vigila attentamente sulla vista. Se ora egli ode con l’udito un suono, se odora con l’olfatto un odore, se gusta con la lingua un sapore, se tocca con il tatto un contatto, se riconosce col pensiero una cosa, egli non concepisce alcuna inclinazione, alcun interesse. Siccome brama e avversione, dannosi e nocivi pensieri, ben presto sopraffanno colui che permane col pensiero non vigilato, egli si dedica a questa vigilanza, egli osserva il pensiero, vigila attentamente sul pensiero. Mettendo in atto questo controllo dei sensi egli prova un’intima, inalterata gioia. Chiaramente consapevole egli va e viene, guarda o distoglie lo sguardo, si alza e si muove, porta l’abito e la ciotola dell’elemosina, mangia e beve, mastica e gusta, libera vescica e intestino, va, sta, siede, s’addormenta, si sveglia, parla o tace.

Fedele a questi santi precetti di virtù, a questo controllo dei sensi, fedele a questo santo e chiaro sapere egli cerca un luogo appartato, un bosco, il piede d’un albero, una grotta, una caverna di montagna, un cimitero, la profondità di una selva, un giaciglio di strame nell’aperta pianura. Tornato dall’aver elemosinato il cibo, dopo il pasto, egli siede con le gambe incrociate, il busto diritto, sollevato, e medita. Ha smesso brama mondana; ha smesso l’avversione ed è pieno d’amore e compassione per tutti gli esseri viventi; ha smesso l’accidiosa pigrizia, è amante della luce, saggio, chiaramente cosciente; ha smesso l’orgogliosa superbia, è intimamente pacato nell’animo; ha smesso di tentennare, s’è liberato dall’incertezza, non dubita di ciò che è salutare.

Egli ha così tolto questi cinque impedimenti, ha imparato a conoscere le paralizzanti scorie dell’animo e, lungi da brame e da cose non salutari, egli raggiunge in consapevole, pensante, beata serenità il grado della prima contemplazione.

Ma non è questa che viene chiamata l’orma del Compiuto.

Dopo il compimento del sentire e pensare, il monaco raggiunge l’interna calma serena, l’unità dell’animo, la beata serenità nata dal raccoglimento e libera dal sentire e dal pensare, il grado della seconda contemplazione.

Ma neppure questa è l’orma del Compiuto.

In serena pace permane il monaco equanime, saggio, chiaramente cosciente, e prova nel corpo quella felicità di cui i santi dicono: ‘L’equanime saggio vive felice’; così egli raggiunge il grado della terza contemplazione.

Ma neppure questa è l’orma del Compiuto.

Dopo il rigetto delle gioie e dei dolori, dopo l’annientamento della letizia e della tristezza antecedenti, il monaco raggiunge la non triste né lieta, equanime, saggia, perfetta purezza, il grado della quarta contemplazione.

Ma neppure questa è l’orma del Compiuto.

Con tale animo, saldo, purificato, terso, schietto, libero da scorie, malleabile, duttile, compatto, incorruttibile, egli dirige l’animo alla memore conoscenza di anteriori forme di esistenza. Egli si ricorda di molte e diverse anteriori forme di esistenza: una vita, due vite, centomila vite; poi delle epoche durante parecchie formazioni e trasformazioni di mondi. ‘Là ero io, avevo quel nome, appartenevo a quella famiglia, quello era il mio stato, quello il mio lavoro, tale bene e tale male provai, così terminò la mia vita; di là trapassato entrai in una nuova esistenza con tutt ‘altre caratteristiche.’ Così egli ricorda molte diverse anteriori forme di esistenza, ognuna con le proprie caratteristiche, ognuna con le particolari relazioni. Con tale animo egli dirige l’animo alla conoscenza dell’apparire e sparire degli esseri. Con l’occhio celeste, rischiarato, sopraterreno vede gli esseri sparire e riapparire, volgari e nobili, belli e brutti, felici ed infelici; egli riconosce come gli esseri riappaiano sempre secondo le azioni.

Ma neppure questa è l’orma del Compiuto.

Con tale animo egli dirige l’animo alla conoscenza dell’estinguersi della mania. ‘Questo è il dolore’ comprende secondo verità. ‘Questa è l’origine del dolore’ comprende secondo verità. ‘Questo è l’annientamento del dolore’ comprende secondo verità. Questa è la via che conduce all’annientamento del dolore’ comprende secondo verità. ‘Questa è la mania; questa è la sua origine; questo è l’annientamento della mania; questa è la via che conduce all’annientamento della mania’ comprende conforme a verità.

Ma ancora una volta non è questa l’orma del Compiuto.

Ma la conclusione è vicina perché così conoscendo, così vedendo, il suo animo viene redento dalla mania del desiderio, redento dalla mania dell’esistenza, redento dalla mania dell’errore. Sorge in lui questo sapere: ‘Nel redento è la redenzione’. Egli allora comprende: ‘Esausta è la vita, compiuta è la santità, operata è l’opera, non esiste più questo mondo’. Questa, brāhmano, viene chiamata l’orma del Compiuto. E il santo uditore può ora concludere: ‘Perfettamente Svegliato è il Sublime, bene annunciata da lui è la dottrina, ben affidati a lui sono i discepoli’. A questo punto il paragone con l’orma dell’elefante è divenuto completo,”

Dopo queste parole il brāhmano Jānussoni disse al Sublime: “Benissimo, Gotamo, benissimo! Così come se uno raddrizzasse ciò che è rovesciato, o scoprisse ciò che è coperto, o mostrasse la via agli smarriti, o portasse un lume nella notte: ‘Chi ha occhi vedrà le cose’: così anche in verità venne dal signore Gotamo in varia guisa esposta la dottrina. Anche io prendo rifugio presso il signore Gotamo, presso la dottrina e presso la comunità dei discepoli. Come seguace voglia il signore Gotamo considerarmi, da oggi per tutta la vita fedele.”